sabato 20 ottobre 2012

La piccola Fiammiferaia




La piccola fiammiferaia

(Tratto dall'omonima fiaba di Hans Christian Andersen)
Reinventata in chiave moderna da Stefano G. Muscolino


Ambra accese un fiammifero, con il calore della piccola fiammella riscaldò le mani, fin tanto che il vento non lo estinse; poi ne prese un altro.
La piccola sedicenne aveva il morale a pezzi, malgrado fosse Natale. Un giorno in cui tutte le famiglie si riunivano per festeggiare la nascita di Gesù bambino, tutte esclusa la sua. L'unica cosa a cui riusciva a pensare, erano le urla e le botte del padre che avrebbe ricevuto se fosse tornata a casa.
Stava appoggiata a un muretto da diverse ore. Il paese in cui viveva, si trovava accanto all'alta Gallura di Tempio. La montagna emanava il suo fascino, il clima però era glaciale.
Ambra non aveva mai conosciuto la madre, era stata cresciuta dalla nonna, morta ormai da più di un anno. Suo padre invece trascorreva il tempo a lamentarsi delle bollette, l'assicurazione, la spesa, il consulente, il foraggio per gli animali, ma in realtà erano scuse per prendersela con la figlia.
Lei cercava di aiutare come poteva, racimolava del denaro facendo la cubista in una discoteca, aveva però detto di lavorare alla cassa. Il padre all'antica, non avrebbe mai accettato quel tipo di mestiere, ma al tempo stesso non disprezzava i soldi che riusciva a portare a casa. A volte le piccole bugie aiutano a risolvere situazioni impossibili rifletteva Ambra, ma è anche vero che le bugie hanno le gambe corte e quando il padre si rese conto dell'imbroglio, non fu per niente comprensivo, ma anzi le alzò le mani.
Dopo quell'esperienza Ambra non ci volle più andare in discoteca e il padre fu soddisfatto che la figlia non uscisse più la sera. Tuttavia la pace regnante durò poco.

***
Nella sua testa riaffioravano i ricordi della settimana precedente.
Tutto accadde una sera, in cui Ambra si trovava in cucina a preparare spaghetti con cipolle, pancetta e pomodori freschi di campagna, una delle sue ricette preferite. Era diventata molto abile a far da mangiare. Il padre invece si occupava del coniglio, preso dalle gabbie che tenevano nell'orto. La femmina dal pelo marrone aveva partorito nuovamente, cosi il maschio poteva essere macellato. La preparazione si concluse e così si accomodarono al tavolo per cenare. Il padre era strano, silenzioso, teneva una lettera fra le mani: brutte notizie in arrivo pensò Ambra.
«Bastardi! Sono i politici che rovinano l'Italia, ecco un'altra tassa da pagare, ci vogliono vedere finire tutti sotto un ponte di questo passo...» la voce del padre era piena di rabbia e di rammarico, la mano contratta intorno a quel pezzo di carta.
«Di cosa si tratta?» chiese Ambra con un tono di voce diplomatico per non alterare ulteriormente il padre.
«L'IMU. Il consulente non era stato in grado di quantificarlo, non credevo fosse cosi alto. Avrei dovuto vendere il rudere e le terre a un prezzo stracciato, se l'avessi saputo prima! Maledetti!» gridò sbattendo il pugno contro il tavolo.
Ambra ebbe paura della reazione improvvisa del padre, soprattutto dopo aver intravisto dal bollettino l'ammontare della somma dovuta: 658 euro. Il padre ripresosi dal raptus di rabbia si risedette composto a tavola, con le mani a coprire il volto, stava piangendo ed era come se nevicasse in pieno agosto.
In effetti la notizia era stata un colpo al cuore anche per Ambra, la ragazza conosceva bene la situazione economica in cui versavano: la cooperativa agraria del padre non elargiva gli stipendi da diverso tempo, si diceva che ormai era imminente il fallimento. Il padre credeva ancora che si sarebbero ripresi, ma era una speranza quasi vana.
«Dai papà, troveremo una soluzione..» Ambra non sapeva cos'altro dire per tranquillizzarlo. L'alcool sarebbe stato un buon rimedio, se solo ne fosse rimasto. Nei giorni precedenti il padre aveva fatto fuori la riserva di vino e addirittura anche quella d'aceto, che era stato zuccherato e bevuto.
«Lasciami stare! Solo il proprietario della discoteca per cui lavoravi e che è ricco potrebbe salvarci, prestandoci i soldi che ci servono. Anzi, perché non provi a convincerlo?»
Ambra non era per niente contenta di quella richiesta, non gli piaceva fare debiti, sfidando gli occhi abbattuti del padre cercò di controbattere «E se tornassi a lavorare per lui? Non pensi che nella situazione in cui ci troviamo adesso, potresti chiudere un occhio se tornassi a fare la cubista?».
Il padre si alzò dalla sedia con i pugni chiusi e il viso contratto, grondante di sudore. Ambra sapeva che non era d'accordo sul fatto di avere una figlia cubista, ma continuò ad articolare le parole «Papà, mi danno cinquanta euro a serata, solo il tempo di rimediare i soldi. Ti prego, preferisco lavorare onestamente, che chiedere prestiti, non avendo la certezza di poter restituire il denaro!»
Lo schiaffo partì senza alcuna esitazione. Un filo di saliva rossastra mista a sangue rigò il viso della ragazzina e le lacrime iniziarono a scendere. Ambra si sentiva stordita per il colpo ricevuto, lesa fisicamente e moralmente da quel gesto.
Il padre per nulla pentito le disse «Vuoi lavorare? Prendi la mia collezione di scatole di fiammiferi da tutto il mondo, che abbiamo in casa e vai a venderli a un euro a pacchetto. Vediamo se sei capace di mettere su settecento euro onestamente. I soldi mi servono fra sei giorni, non tornare finché non te le sei procurati! Ricorda che se ti ritrovo ad andare in discoteca, mostrando le tue chiappe a tutti, compresi i clienti della cooperativa, ti ammazzo con le mie stesse mani! Spero di essere stato chiaro!». Cosi dicendo se ne andò in salotto a guardare la TV.
Ambra invece si diresse nello studio del padre e afferrò tutte quelle scatolette di fiammiferi, esposte in bella mostra come dei trofei, per riporle in un sacco nero della spazzatura. Con la faccia ancora arrossata corse fuori di casa, con l'intenzione di venderle.

***

Quei ricordi ancora le pungevano l'anima, come pezzi di vetro infilzati nel cuore.
Il ricordo dello schiaffo del padre era ancora vivido nella sua mente, anche se cercava di non pensarci.
Stava nevicando e il freddo penetrava fin dentro le ossa. Ambra continuava ad accendere fiammiferi, uno dietro l'altro, per scaldarsi le mani. Speravo di farcela e invece sono quasi otto giorni che vivo per strada, due di troppo per racimolare la somma, pensava Ambra fra sé.
Si era impegnata a fondo in quei giorni per tentare di vendere i fiammiferi. Avrebbe dovuto venderne almeno cento pacchetti al giorno, ma le macchine al semaforo solo raramente abbassavano i finestrini per comprarne. Oltretutto la concorrenza era agguerrita e la comunità rom non vedeva di buon occhio l'intrusione.
Per ben due volte Ambra era stata cacciata da una zingara, con qualche anno più di lei, che andava in giro con lunghi capelli neri, una gonna rossa e un maglioncino verde di lana. Quella ragazza elemosinava con un bicchierino di plastica fra le mani. La prima volta aveva aggredito Ambra con insulti, buttandogli una parte dei suoi fiammiferi nella neve con prepotenza e spintonandola sul marciapiede.
La seconda volta aveva chiamato dei suoi amici, che la controllavano a distanza e Ambra era corsa via dalla paura. Si era rifugiata allora in piazza Vittorio Emanuele II, per arrivare al sesto giorno avendo racimolato solamente ottanta euro. Aveva cercato di non spendere quasi niente, bevendo la neve sciolta nelle mani e mangiando panini del Mc-Donald abbandonati nell'immondizia.
Sconfortata Ambra aveva deciso, come ultimo appiglio, di dirigersi al Tucano Disco-Club di Franco Smile, il proprietario del locale dove aveva ballato come cubista.


***

Quando Ambra arrivò stavano ammodernando il locale. Un'elettricista in tuta blu era intento a collegare fili, mentre un altro praticava fori col trapano per mettere dei faretti. Vi erano anche pacchi semi imballati contenenti un'enorme sfera specchiata e delle telecamere, sicuramente destinate alla sala.
Franco Smile, il proprietario del locale, osservava lo svolgimento dei lavori, fumando una Cherserfield rossa. Grassoccio e con la testa calva, teneva la mano sinistra nella tasca, indossava una camicia hawaiana e gli occhiali color canarino da vero tamarro.
Ambra chiuse dietro di sé la porta a vetri e provò una piacevole sensazione di calore, grazie all'aria riscaldata del locale.
«Ambra, cosa fai qua?» disse Franco voltandosi con una faccia meravigliata «..ma come accidenti sei conciata?» si alzò gli occhiali per osservare meglio la ragazza.
Ambra imbarazzata cercò di scrollarsi di dosso un po' di polvere e di rassettare gli abiti pieni di macchie di sporcizia. Purtroppo le sole mani non bastavano per nascondere lo stato in cui si trovava. Era veramente imbarazzata a mostrarsi così davanti a quelle persone, con voce singhiozzante si rivolse al suo ex datore di lavoro «Vi prego, ho bisogno di parlarvi..»
L'uomo restò un attimo a fissarla, gettò via la sigaretta e disse «Vieni nel mio ufficio» dopo di che aprì la porta dietro ai banconi della biglietteria e fece segno alla ragazza di seguirlo. L'ufficio disponeva di una grossa scrivania color mogano e una poltrona in pelle nera, un ambiente elegante e raffinato al punto giusto.
Una volta dentro l'uomo chiuse la porta. «Di nuovo tuo padre?» chiese con sguardo molto serio. Ambra a quella domanda non rispose. Si fece forza e con lo sguardo basso, propose la sua richiesta d'aiuto «Sono venuta per chiedervi un prestito. E' arrivata una tassa molto alta e abbiamo bisogno di settecento euro. Mio padre vi restituirà la somma nel più breve tempo possibile».
Il viso di Franco, dopo quelle parole, abbandonò l'aura di compassione, per passare a un'espressione di ribrezzo. «Credi che io faccia affari prestando soldi?!» rispose secco.
«Mi scuso per la richiesta, ma non sarei qui se non fosse necessario. Anche seicento euro andrebbero bene, sarei disposta a lavorare, ma andrei contro il volere di mio padre se facessi di nuovo la cubista...» affermò piangendo.
«Non mi sei utile se non come cubista. Le barriste sono al completo, cosi come i ragazzi addetti al guardaroba e alla cassa. Per cui se non puoi fare quello non mi servi. Se ti presto dei soldi, lo dovrei fare anche con tutti gli altri e così finirei per chiudere il locale. Mi dispiace ma non ti posso aiutare.» disse con tono risoluto.
«Capisco. Posso chiedervi qualcos'altro?» chiese Ambra asciugandosi le lacrime.
«Cosa?» rispose l'uomo infastidito dall'ulteriore richiesta.
«So che vendete della roba in questo locale, vorrei comprare una pasticca. Voglio sballarmi e non pensare a niente almeno per una sera, come tutti i ragazzi che vengono in questa discoteca.» domandò la ragazza in tono serio.
Franco tamburellava le dita nervosamente sul tavolo, dopo una piccola pausa rispose alla richiesta «Ambra, tu non hai nemmeno 18 anni. Non pensi che dovresti rivolgerti invece a un assistente sociale? Se eri maggiorenne potevi magari venire a casa mia, avremmo risolto i tuoi problemi con molta calma, ma sei minorenne...»
Ambra lo interruppe buttando ottanta euro sul tavolo, tutto quello di cui disponeva «Adesso posso avere la pasticca?!» richiese infastidita.
Franco Smile apparve completamente confuso dalla situazione, distolse gli occhi dalla ragazza e fece un lungo sospiro. Tirò fuori dal cassetto un sacchetto pieno di pillole, ne prese una e la mise sul tavolo. «Non prenderne mezza come fanno tutti, dividila in quattro parti e prendine una, non di più perché può essere pericoloso per te!».
Ambra annuì con la testa e se ne andò, tornando per strada.


***

La bora soffiava impetuosa, continuando a spegnere i fiammiferi che Ambra accendeva. Era bello osservare i fiocchi di neve cadere, meno piacevole era sentire le gambe totalmente atrofizzate dal gelo. Stava piangendo, mentre prendeva la pasticca per intera senza alcuna esitazione.
Cosa devo temere? Di sentirmi male? Di morire? Mi viene solo da ridere a questi insulsi pensieri. L'unica cosa che riusciva a consolarla era il ricordo della nonna, quanto sarebbe stato bello averla ancora vicino.
Ambra osservava le luci accese dentro le case, di sicuro tutte quelle persone stavano guardando qualche film natalizio, mentre aprivano i regali di Natale. C'è chi troverà il solito portafoglio, un profumo, altri esulteranno per aver ricevuto un nuovo cellulare o una busta con dentro dei soldi.
Un formicolio le pervadeva il corpo, le luci sembrava quasi la volessero ipnotizzare, i colori si erano intensificati e pulsavano. La ragazza, seduta accanto al muretto, si alzò in piedi e stranamente si sentì leggera come una piuma.
Prese la scatola dei fiammiferi e ne accese uno. Sembrava emanare una luce bellissima. Appena distolse lo sguardo dalla fiammella notò davanti a lei una stufa in pellet: com'è possibile che sia comparsa dal nulla? Pensò Ambra meravigliata. Si accostò a quella visione e sentì il corpo riscaldarsi. Ma la sensazione non durò molto, appena il fiammifero si spense, la stufa scomparve.
Così ne accese un altro, ma invece della stufa apparve un bellissimo tavolo bandito a festa, con al centro un'oca arrosto, servita su un vassoio d'argento e tante bibite e altro cibo tutt'attorno. L'oca sembrava quasi guardarla e a un tratto gli fece l'occhiolino. La cosa era cosi assurda che Ambra scoppiò a ridere, sapeva benissimo di essere completamente fatta.
«Ambra!». All'improvviso da dietro una voce familiare interruppe i pensieri della ragazza. Si voltò e restò allibita da ciò che vide «Nonna? Ma sei veramente tu?».
Era proprio lei. Riconosceva i suoi capelli grigi, il volto, gli occhiali dovuti all'età e il crocifisso che portava sempre al collo. La nonna guardò la nipote con un viso triste, era avvolta da una luce bianca intensa. Dietro la donna c'era una porta aperta, apparsa nel bel mezzo di un muro. In essa si poteva intravedere un cielo azzurro con qualche nuvola illuminata da un'intensa luce solare.
Malgrado fosse solo un'illusione, Ambra andò di corsa ad abbracciare la nonna, che ricambiò l'abbraccio.
«Nipotina! Ora non ti potrà succedere più nulla. Ti ho sempre aspettata, ma non volevo che accadesse così presto» disse, mentre la ragazza si ricomponeva.
«Non capisco nonna cosa intendi con “così presto”». In risposta la donna puntò il dito dietro alle spalle della ragazza.
Ambra si voltò e ciò che vide la terrorizzò: il suo corpo si trovava a terra, pallido come la neve, con il naso insanguinato e gli occhi sbarrati che fissavano il vuoto. Era morta. Si rivoltò verso la nonna per non guardare ulteriormente quella scena.
La donna la rassicurò tenendola per mano «Vieni nipotina! Ti porto in un luogo dove saremo al sicuro da ogni dolore terreno, per sempre».
Ambra non riuscì a dire nulla per lo shock appena provato, ma dentro di sé si sentì felice di essere di nuovo insieme alla sua amata nonna. Si incamminarono cosi verso quella strana porta...



3 commenti:

  1. BlackEagle76

    Quanto tempo che non passo sul tuo blog !
    Come va ?
    Spero bene :D

    Ho appena letto questa tua storia breve.
    Non so bene cosa dirne, sinceramente.
    Com'era da aspettarselo,è triste come l'originale.
    Tuttavia, (Da sarda) sono rimasta "poco convinta", se così si può dire del comportamento della ragazza.
    Diciamo pure che rispetto a ciò che è la mia esperienza l'ho trovata "un po deboluccia", da come mi aspetto che sia una mia conterranea :P
    Un pò di grinta (ehm "Palle" si può dire? Dai scusami, sto scherzando... altrimenti sembro proprio una vecchia inacidita) in più, secondo me, non guastava.

    E va beh, detto così, sembra che la storia non mi sia piaciuta. Invece non è affatto così. Questa tua rivisitazione non è male. Credo indubbiamente che si possa aggiungere qualche miglioria, ma la buona base c'è tutta.

    Confesso che essendo una rivisitazione appunto e che il titolo della gara era "C'era Stavolta" ho sperato in un lieto fine... ma non fa nulla.

    A presto.

    Un salutone
    Cristina (BlackEagle76)

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    1. Hehehehe ;-) Beh, per essere innamorato del genere avventuroso, anch'io non sono per i personaggi "passivi". Diciamo che la trama della piccola fiammiferaia era proprio questa. Io ho solo cambiato lo stile di narrazione (con il mio) e l'ho ambientata ai tempi di oggi.
      Ps: Beh, anche il finale dell'originale era la sua morte. (Ho dovuto rispettare anche questo). Sinceramente avrei preferito che avesse dato un paio calci al padre e se ne andava in motocicletta con qualche figo (ma non sarebbe più stata "La piccola fiammiferaia"). ;-)

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  2. Che bella questa favola!
    C'è un premio per te sul mio blog
    http://miriam-mastrovito.blogspot.it/2013/12/the-versatile-blogger-award.html

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