sabato 18 febbraio 2012

Un mare di racconti




Una mare di racconti è una raccolta di 10 racconti scritti da Elisabetta Zanasi. L'ebook è contiene 48 pagine scritte con un linguaggio molto semplice ed esauriente nelle sue descrizioni, il tema principale trattato in ogni racconto è il mare! Esso è riccorente in ogni racconto che contiene una storia diversa; l'intero testo è autobiografico e le vicende sono legate da un filo conduttore e cronologico.
E' ambientato nell' epoca moderna e narrano di frammenti di vita comune, trascorsa in ambienti marini.
Anna ed Andrea sono personaggi chiave delle varie vicende, ma ci sono anche altre persone che accompagnano le varie situazioni. Quello che mi ha più colpito dal testo, pur essendo quasi puramente descrittivo e raramente introspettivo, che è così ricco di dettagli che sembra di rivivere quei momenti durante la lettura. 


 Il libro è questo:


L’incedere lento di una piccola imbarcazione tra l’inconfondibile profumo di salsedine ed il tepore di avvolgenti acque cristalline,l’incessante accavallarsi di onde indomabili in mare aperto durante la tempesta,il romantico dondolio di una vela solitaria che compare inaspettatamente all’orizzonte,l’inspiegabile intuito di un vecchio pescatore appassionato in cerca di nuove sfide,l’emozione nel sentirsi parte delle peculiari tradizioni di una città costruita sulla laguna;sono solo alcune delle poetiche immagini descritte dall’autrice. Attraverso dieci racconti la scrittrice narra le incredibili esperienze vissute durante le sue vacanze al mare,viaggi che hanno caratterizzato i momenti più gioiosi della sua vita fino ad oggi.






Biografia di Elisabetta Zanasi

Sono laureata in chimica e  mi occupo da molti anni di consulenza aziendale nei settori qualità-sicurezza-ambiente
Tra i miei interessi principali ci sono:il diporto nautico,la pesca,i viaggi avventurosi,la lettura di racconti e romanzi noir,lo sci di fondo, la cucina e, naturalmente, scrivere!
A dicembre 2011 ho publicato il mio primo e-book dal titolo "Un mare di racconti" Edizioni Eracle distribuito on-line dalla Libreria Rizzoli.
A Gennaio 2012 ho realizzato  il trailer del libro presentando un video su you tube che è appena stato selezionato per partecipare al concorso internazionale "Lettura in corto" promosso dal Corriere della Sera e da Milano Film Festival.

 
 Book Trailer

Per acquisto: 



Vi lascio in questo spazio uno stralcio del libro.

SGOMBRI A PORTO GARIBALDI

Sono cresciuta con un padre così appassionato di pesca che mi raccontò come in gioventù desiderasse che questo passatempo potesse diventare un’attività vera e propria e che il suo sogno più grande,mai realizzato, fosse quello di aprire un allevamento di trote in Emilia Romagna. Riuscì a trasmettere questa passione a mio fratello Tommaso il quale, fin da bambino, ha dimostrato un forte interesse per la pesca.
Io e mio fratello da piccoli giocavamo sulla moquette rossa della nostra cameretta e, come tutti i bambini, avevamo ognuno un giocattolo preferito, ma, mentre il mio era un orso di pezza ,il favorito di Tom era invece un grosso pesce. Tom si era già così appassionato alla pesca che spesso disegnava alcuni pesci su carta, li colorava, li ritagliava e, dopo averli sparpagliati sul pavimento di casa, faceva finta di pescarli.Io osservavo incuriosita senza partecipare.Con gli anni mio fratello imparò in breve tempo tutto quello che c’è da sapere sui vari tipi di tecnica da adottare a seconda del luogo e del tipo di pesce che si vuole catturare.
I racconti dei pescatori hanno accompagnato tutta la mia infanzia e mi divertiva molto ascoltare i loro aneddoti esagerati e sorridevo alle loro battute. Li invidiavo per la pazienza e la costanza con la quale attendevano per ore il pesce, spesso fermi in piedi o seduti in posizioni scomode.Ammiravo la loro capacità di concentrazione e potevo comprendere il benessere che doveva derivare dallo stare immersi nella natura in silenzio, per ore. Quando tempo fa mi appassionai alla nautica, la pesca iniziò ad incuriosirmi, specialmente quella che si svolge a bordo delle imbarcazioni. Iniziai così ad invidiare quei pescatori che all’alba si dirigono al largo sulle loro piccole barche e che di notte, tenendo accese le lampare, passano le serate sull’ acqua, ogni giorno consapevoli di dedicare tutta la loro vita al mare e alle attività che si svolgono su di esso.
Tra le tante esperienze di vita marinaresca affrontate, una in particolare mi è rimasta nel cuore ed è quella trascorsa a Porto Garibaldi qualche anno fa con mio fratello. Non amavo particolarmente la riviera adriatica; abituata al mar ligure, l’adriatico non era mare per me: troppo sporco e inquinato per fare il bagno e davvero poco interessante dal punto di vista paesaggistico.
Mi ero sempre chiesta cosa ci trovassero tanti turisti in quei casermoni alti e sgraziati, cementati in prossimità delle spiagge. Con il tempo ho imparato ad apprezzare anche questi luoghi,specialmente nel periodo invernale,quando sono semideserti e il colore grigiastro del cielo unito all’odore intenso di pesce che pervade gli arsenali, rende queste località suggestive e magiche.
Io e Tom avevamo deciso di imbarcarci con un peschereccio a Porto Garibaldi e di passare la giornata pescando sgombri ed altri pesci tipici della zona. L’idea era stata mia e ,dato che Tom aveva subito aderito con interesse, prenotammo l’escursione a bordo di una delle tante navi da pesca che organizzano periodicamente gite in alto mare.
Ero cosi soddisfatta per aver deciso di fare qualcosa di veramente nuovo e speciale che mi sentivo in trepidazione. La sera prima puntai la sveglia all’alba e durante la notte non riuscii a dormire nemmeno per pochi minuti. L'ansia di ciò che sarebbe accaduto l’indomani prendeva il sopravvento sulla stanchezza come quando sei preoccupato per qualcosa e l’agitazione ti logora a tal punto che il tuo cervello continua a ragionare benché tu sia sfinito. L’idea che avrei passato l’intera giornata in barca mi elettrizzava. Mi rigiravo nel letto ed i minuti passavano lentamente perché l’immagine del peschereccio in mezzo al mare, del pesce e delle lenze mi confondeva e mi rendeva sempre più irrequieta.
Con la mente incominciavo ad immaginare nel dettaglio lo svolgersi delle azioni una dopo l’altra e le mie incredibili aspettative, quella volta, vennero poi confermate dai fatti.
Finalmente la sveglia suonò, in un attimo mi vestii, feci colazione con una merendina ed un frutto e attesi lo squillo di mio fratello sul cellulare.
Non passò molto tempo e Tom arrivò sotto casa. Come da accordi avremmo usato la mia auto per raggiungere Porto Garibaldi, mentre mio fratello avrebbe lasciato la sua nel parcheggio della mia abitazione. Giungemmo a destinazione alle cinque del mattino; gli altri partecipanti ci attendevano già sull’imbarcazione ancora ormeggiata in banchina.
Il porto era grande e immerso nella nebbia, aveva un’aria un po’ misteriosa e un po’ tetra.
Le imbarcazioni da pesca erano affiancate l’una all’altra ,tutte simili tra loro, sporche ed in parte arrugginite, alcune odoravano di pesce.
Le osservavo incuriosita immaginando la vita dei pescatori che uscivano durante le fredde albe invernali spinti dal desiderio di affrontare il mare in tempesta, impazienti di sfidare la natura, perché chi ama il mare, lo ama sempre, anche e soprattutto nelle condizioni più estreme.
La nostra barca non era grande, si trattava di un peschereccio lungo circa dodici metri. Era bianco, o meglio, grigiastro, perché il sale l’aveva corroso. Era uno dei più piccoli tra quelli pronti a salpare. A bordo eravamo in pochi, circa una decina di persone, io ero l’unica donna del gruppo. Le altre imbarcazioni molto più grandi, avevano caricato a bordo un numero maggiore di uomini, arrivando anche a cinquanta pescatori ognuna.
Gli altri pescherecci lasciarono il porto prima di noi, li vedevo scomparire all’orizzonte piano piano, senza sapere quale sarebbe stata la loro zona di pesca. Nel frattempo alcuni gabbiani si avvicinavano in cerca di cibo e si appollaiavano sulla banchina.
Anche per noi arrivò il momento tanto atteso, il tempo di sistemare le canne da pesca e di fissarle agli appositi porta canna ed eravamo già in mare aperto.
L’odore sapido del mare mi inebriava e mi rendevo conto di come, sul mare, il mio respiro mutasse diventando più profondo e più frequente.
Ho sempre adorato la sensazione che si percepisce nel momento stesso in cui l’imbarcazione si mette in moto,quando vedi allontanarsi la costa e sai che presto solo il mare ti avvolgerà, imprigionandoti tra il suo blu , l’azzurro e il bianco delle onde increspate.
In quella particolare giornata di giugno l’aria era umida e fresca; la brezza aumentava mano a mano che ci allontanavamo dalla banchina, così indossammo le cerate che, all’occorrenza, ci riparavano dagli spruzzi delle onde che si infrangevano sullo scafo.
Al largo il mare era molto mosso.
Il capitano spense il motore ed iniziò la battuta di pesca.
Lo spirito della competizione si insinuò sin da principio tra i partecipanti , pur non essendo quella una gara sportiva ma una semplice gita organizzata.
Il capitano sembrava un personaggio da film: era di corporatura robusta e statica, aveva lo sguardo minaccioso,i capelli lunghi e arruffati , sul viso la consapevolezza di essere il migliore del gruppo.
Gli altri compagni erano sicuramente gente del posto,un misto tra pescatori accaniti semi professionisti e dilettanti.
Ricordo di un uomo sulla sessantina che si era posizionato a prua. Assomigliava a Paul Newman da vecchio: brizzolato, occhi blu ; aveva portato con sé tre canne. Da subito si fece notare per bravura ed esperienza facendo abboccare alcuni sgombri durante le prime ore del pomeriggio.
Pescavamo con le acciughe crude: si toglieva la testa spezzando in due il pesciolino con le mani e attaccando il resto del corpo all’amo, avendo cura di coprire completamente l’uncino.
L’odore del pesce era intenso e permeava nell’aria sovrapponendosi a quello di salsedine.
Il mal di mare che insorge in queste occasioni, lo combattevamo quasi tutti sgranocchiando crostini di pane secco.Il capitano invece da vero lupo di mare quale era, si fece preparare dall’aiutante un abbondante fritto misto di pesce. L’odore era ottimo ma noi non riuscimmo che ad assaggiarne un boccone, la nausea era troppo fastidiosa e non volevamo rischiare di peggiorare la situazione.
Io e Tom avevamo due canne e ci eravamo sistemati al traverso, convinti che fosse una buona scelta.In realtà, scoprimmo che per la pesca allo sgombro la posizione a bordo non è importante quanto invece l’uso di canne particolarmente corte, flessibili, leggere e maneggevoli.
Fortunatamente avevamo una canna di quel genere,mentre l’altra che avevamo portato non aveva le giuste caratteristiche,così presto abbandonammo la seconda per dedicarci esclusivamente alla prima.
Se il mattino non portò pesci per alcuno, al pomeriggio incominciò per tutti la vera pesca, inizialmente con le prime mangiate e in seguito con i primi sgombri.
Non era facile mantenere l’equilibrio su un’imbarcazione dove il beccheggio ed il rollio continuo non permettevano di restare fermi in piedi, tutti eravamo costretti a pescare seduti tenendoci stretti chi al mascone, chi al traverso, chi a poppa o a prua.
L’unico sulle sue gambe era il capitano, il quale, posizionato furbescamente a poppa, dove è risaputo che il mare “ si sente meno”, restava immobile alla guardia di ben quattro lenze.
Iniziò presto una vera sfida tra il capitano a prora ed il vecchio “Newman” a prua.
A turno tiravano su uno sgombro dietro l’altro, con le canne che si piegavano, le lenze che stridevano e che, non di rado, si strappavano.
Mi sorprendeva la velocità con la quale l’anziano pescatore sostituiva l’esca o la montatura, molto concentrato per restare in equilibrio sullo scafo, e, contemporaneamente, compiva movimenti rapidi e precisi in pochi secondi.
Nonostante l’inesperienza anche noi riuscimmo ad agganciare e a tirar su sei sgombri,quasi tutti uno dopo l’altro, nell’arco di una o due ore al massimo.
Una volta pescati, li mettevamo in un secchio con del ghiaccio affinché si conservassero.
La zona di pesca veniva continuamente pasturata mediante il lancio manuale di esche vive o tramite l’uso di nasse che, legate a poppa con una cima, si supponeva creassero un “triangolo di morte” per gli sfortunati affamati che si avvicinavano.
Le ore passavano lentamente tra una mangiata e l’altra ed eravamo tutti concentrati sulle canne da pesca; infatti, non adoperando galleggianti, era necessario avere un’attenzione particolare per ogni movimento della punta, qualsiasi flessione poteva essere causata da un pesce che stava mangiando l’esca.
Inesperta, non avevo la sensibilità di Tom, il quale, pescatore da anni, si accorgeva di quando il pesce stava assaggiando l’esca, di quando era il caso di lasciarlo mangiare per poi strattonare all’ultimo e di quando invece aveva già abboccato.
Grazie ai suoi suggerimenti, con grande orgoglio tirai su due bellissimi sgombri color argento.
Oltre agli sgombri i più esperti riuscirono a pescare alcune aguglie ,pesci davvero particolari,chiamati in questo modo poiché la loro testa allungata ricorda vagamente quella di un ago.
A metà pomeriggio l’imbarcazione fu presa d’assalto da splendidi gabbiani bianchi con il becco adunco color giallo oro.
Il gabbiano è uno degli animali che preferisco, mi ha sempre affascinato sia per la sua bellezza, sia per la sensazione di libertà che infonde nel vederlo volare solitario in cerca di cibo, mentre scruta la superficie dell’acqua.
Improvvisamente uno di questi meravigliosi esseri viventi venne per sbaglio allamato da una delle canne del capitano. Nonostante la forte nausea e la mia difficoltà ad avanzare sullo scafo camminando, mi precipitai a poppa per osservarlo da vicino; dopo poco arrivarono anche gli altri del gruppo.
L’uccello era là vicino al comandante e aveva nel becco l’amo di una delle lenze.
Era un bellissimo esemplare, il migliore che avessi mai incontrato; per le dimensioni e i colori ipotizzai che potesse trattarsi di un albatros e non di un semplice gabbiano. Spaventato e rassegnato attendeva la sua liberazione.
Il capitano lo liberò e l’uccello subito si alzò in volo dirigendosi in alto, nel cielo.
Fu uno dei momenti più emozionanti di quella giornata.
Ritornammo tutti alle nostre postazioni. Le ore trascorrevano lente e, nell’attesa, si continuava a pasturare fissando il mare in cerca di impercettibili mutamenti nelle correnti marine che potessero influenzare in qualche modo l’esito della pesca. Lanciavo le acciughe il più lontano possibile sporgendomi dall’imbarcazione, nella speranza di poter avvicinare altri gabbiani. Purtroppo tutti gli uccelli si erano cautamente spostati dalla poppa e, distanziandosi dal peschereccio, gemevano affamati ed impauriti.
Avevo ammirato spesso i gabbiani in Liguria, nella casa al mare dei miei genitori.
Qualche anno fa, durante una vacanza estiva, sporgendomi dal balcone che si affaccia sul mare, mi accorsi che un gruppo di gabbiani aveva nidificato sul tetto della casa di fianco alla nostra. Li osservavo con attenzione, con l’occhio del naturalista che ha in mente un documentario.Questi uccelli mi apparivano quasi umani nei loro movimenti ed anche per l’assiduità con la quale si prendevano cura dei piccoli appena nati.
E’ convinzione comune che il gabbiano sia un animale non adatto a vivere in simbiosi con l’uomo,credo invece che ciò non sia del tutto vero e la prova di questo mio convincimento fu il mio incontro con un gabbiano a Porto S.Stefano, in Toscana.
Ero in ferie casualmente in questo luogo un ferragosto e, su una spiaggia tra le meno affollate, si aggirava un grosso esemplare dalle piume grigie. L’uccello era stato perfettamente addestrato dal proprietario di un bar nelle vicinanze, il quale gli aveva perfino assegnato un nome a cui l’animale non solo rispondeva avvicinandosi, ma dava anche dimostrazione del suo affetto becchettandolo sulle mani!
Mentre riflettevo e fantasticavo sui gabbiani, improvvisamente richiamò la nostra attenzione l’urlo del capitano che, concitato, riavvolgeva rapido una lenza. Ci avvicinammo incuriositi a poppa e ci fu mostrato un grosso sgombro tranciato a metà dai denti di uno squalo. Il capitano aveva appena perso un grosso squalo volpe dopo aver usato uno sgombro come esca, al posto delle acciughe.
Quella che era iniziata come pesca allo sgombro si mutò in caccia allo squalo da parte del capitano.
Costui cambiò subito la montatura e il tipo di canna; sicché, inaspettatamente, sul pelo dell’acqua affiorò un galleggiante enorme, delle dimensioni di una boa.
E’ inutile dire che tra l’eccitazione e lo sgomento, tutto il gruppo si era spostato a poppa incuriosito dal nuovo metodo di cattura, tuttavia, per un istante, credo che il pensiero dell’imbarcazione che affondava a causa delle condizioni meteo che andavano peggiorando e la possibilità di finire in mare tra gli squali abbia sfiorato tutti…
Le ore passavano e niente cambiava, ognuno di noi era in silenzio, fermo nella propria postazione, in attesa di quel pesce che, beffandosi dei pescatori, era scomparso definitivamente negli abissi.
Nel frattempo i pesci avevano ormai percepito il pericolo e non abboccavano più, così il peschereccio modificò la rotta, alla ricerca di una nuova zona di pesca.
Il capitano decise di cambiare posizione, convinto che fosse ancora possibile pescare lo squalo volpe che gli era sfuggito.
Stanca del continuo dondolamento dell’imbarcazione provocato dal moto ondoso incessante e sempre più ampio, abbandonai la canna e le lenze lasciandole a mio fratello.
Anche un altro pescatore oltre a me smise di pescare, probabilmente a causa del mal di mare che diventava sempre più forte. Lo vidi tirare su le canne e sistemare tutta l’attrezzatura per poi dirigersi sul ponte del peschereccio per distendersi e riposare.
Avrei voluto imitarlo, ma, un po’ spinta dalla curiosità per quello che avrebbero potuto pescare gli altri e un po’ intimorita dalle onde che si facevano sempre più alte, restai al traverso dove ci eravamo posizionati fin dall’inizio.
Il mare diventava sempre più minaccioso ed un leggero timore incominciava a perturbare gli animi. Il capitano ci comunicò la sua decisione di rientrare a causa delle avverse condizioni meteo.
Fu cosi che l’avventura di quel giorno andava terminando, la barca invertì la rotta e ci dirigemmo in porto. Il mare ormai quasi agitato ci costringeva ad un rientro graduale, determinato dalla volontà del capitano ad orientare il peschereccio in conseguenza del moto ondoso.
In prossimità dell’area portuale i flutti si attenuavano notevolmente e il rollio diminuiva man mano che ci avvicinavamo alla banchina.
Al rientro a casa la testa mi girava ed il senso di nausea e di disorientamento erano quasi insopportabili.
Solo il mattino dopo, quando mi svegliai, ebbi l’impressione che il ricordo di quell’esperienza sarebbe rimasto impresso per sempre nella mia memoria così nitido come l’ho fin qui descritto.

1 commento:

  1. Sì è un bellissimo libro, non perdetelo

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