domenica 26 febbraio 2012

Info del romanzo



Occhio della dea
 L'Occhio della Dea narra le gesta di un giovane ragazzo mezzo indigeno, innamorato della sua bella Christina. Insieme al padre gestisce una taverna su di un'isola tropicale. La timidezza di entrambi gli impedisce di esternare i loro veri sentimenti, ma anche gli avvenimenti li porteranno a distanziarsi. Una rivale, figlia di un capitano corsaro, arriverà a cercare di fare breccia nel cuore di Cristòbal e non sarà semplicemente “umana” ma molto di più: un'arpia trasformata a causa di una maledizione. Non solo la presenza di nave di corsari distruggerà la vita di Cristobàl, ma anche Christina verrà coinvolta nei tranelli dell'arpìa, saprà il nostro eroe salvare la sua bella amata e tutto il villaggio?


Il romanzo è un progetto in atto da molto tempo e sta impegnando molto lavoro completarlo, spero un giorno di renderlo pubblico; attualmente resto un mio sogno


Info: Pogibonzi@hotmail.it
 

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  By Arkavarez

Capitolo I dell'occhio della dea






Stefano G. Muscolino

Occhio della Dea





Ringrazio profondamente mia moglie Angela Visalli, per l'estetica del libro e la pazienza avuta nei miei confronti. Un ringraziamento speciale invece ad Angela Cardella per l'aiuto prestato nella correzione delle bozze e al mio miglior amico Stefano Colombo, per essere stato il mio primo lettore e per i suoi profondi consigli per la realizzazione di questo romanzo.
Un ringraziamento profondo a Connie Furnari, per l'aiuto prestato nella correzione e per avermi fatto scuola sull'arte della narrativa. Grazie! 

Vi auguro una buona lettura.



Stefano G. Muscolino

  1. Prologo

Era da poco l'alba e come al solito mi trovavo sulla spiaggia. Avevo creato un letto fatto di foglie di palme e come ogni mattina mi stavo rilassando: era piacevole stendersi dopo le mie passeggiate.
Il sole batteva sopra la mia pelle e tenendo gli occhi chiusi, ascoltavo il fruscio costante del mare e del vento. Pensavo tra me: stamattina mi sento cosi bene che non ho proprio voglia di lavorare. Con un semplice laccio da scarpe ero riuscito a costruire una collana: avevo annodato una pietra cristallina verde a forma di dente di pesce che tenevo sempre in tasca, e il risultato era stato un favoloso oggetto fatto con le mie mani.
Dovete sapere che sulla mia isola, ormai nessuno costruisce più oggetti in casa: tutti sono abituati ad acquistarli. Badano sempre di più ai loro possessi, continuamente impegnati a contare le monete in tasca mentre io sono sempre stato fuori da quest'ottica. La verità è che raramente riesco a mettere una moneta da parte. Non guadagno altro che delle piccole mance e a volte nemmeno quelle.
Il mio nome è Cristòbal Ortega e sono orfano. Appartengo per metà alla tribù dei quemi, da parte di mia madre. La tribù viene di norma chiamata Indígenas ma gli spagnoli non ci distinguono dall'altra tribù, i boricua. Da parte di mio padre, per ironia della sorte, sono figlio anche degli spagnoli.
I conquistadores si insediarono in quest'isola nel 1522 AD e sono passati ormai cinquanta anni da allora. Il mio padrone è il gestore della taverna Rayo de luna, si chiama Ferdinandez Valencia, ma io di solito lo chiamo Señor Valencia o il vecchio. Grazie a lui ho un alloggio, mi offre da mangiare e io per ripagarlo cucino per i nostri clienti. Sono sempre stato contento della mia sistemazione ma a volte ho sperato di trovare altri lavori più redditizi, in maniera da potermi rendere indipendente.
Fino ad oggi comunque, me la sono cavata bene.
Allungai la mano per prendere la sacca di pelle che portavo sempre con me, perché avevo deciso di fare un passeggiata, e mi incamminai verso il paese.
La taverna del Señor Valencia era chiusa, quindi pensai: il vecchio sta ancora dormendo. Avvicinandosi al villaggio che si chiama Santo Sepulcro, si possono osservare le terre coltivate dai campesinos, e chiunque li osservi non può trattenere lo stupore: la loro povertà è estrema! Coltivano mais, cosa che hanno imparato dai quemi, e anche le patate dolci che sono diffusissime su quest'isola.
Un'altra cosa di cui hanno cura sono le piante di guava: fanno dei frutti dal gusto zuccherino e credetemi, sono una prelibatezza piuttosto apprezzata da queste parti. Molti hanno importato capre e cavalli; animali che provengono dal grande continente, per essere allevati o mangiati. Ci sono anche altre zone in cui si coltivano tabacco e canne da zucchero.
Attraversando quei campi arrivai al villaggio. Non è un borgo esteso ma ci abitano comunque diverse centinaia di persone. Le case sono fatte di legno, i tetti sono sporgenti, costruiti con travicelli e pagliericci intrecciati. Sono tutte così le abitazioni, ad esclusione naturalmente della residenza del feudatario di queste terre, chiamato da tutti El Señor de la villa.
Mi addentrai per le strade del paese e provai a cercare qualche passante che avesse bisogno dei miei servigi. Le aspettative di quella mattina furono purtroppo deluse e così, arrivando a mezzogiorno, la fame si fece sentire. Mentre camminavo per tornare alla taverna, ad un tratto sentii le voci di due uomini. Pensai: magari avranno un incarico per me.
Mi avvicinai, deciso a chiedere. L'unica cosa curiosa che avevo notato era che entrambi, appena mi avevano intravisto, si erano subito rialzati da terra, dove stavano seduti. Uno di loro mi fece cenno di avvicinarmi.
«I miei ossequi, Señor » li salutai, chinando il capo. «Il mio nome è Cristobàl, cerco qualcuno che possa offrirmi un incarico…»
Il primo sembrava un po' avanti con l’età, il suo aspetto tuttavia era decisamente sinistro. Aveva un volto pallidissimo e pieno di cicatrici, una barba lunga e la sua testa era calva. I denti erano scheggiati e anneriti, la sua stazza era grossa e muscolosa; l'unica cosa certa era che non amava lavarsi troppo spesso, potete credermi se vi dico che il suo odore avrebbe fatto rivoltare chiunque.
Anche l'altro uomo non era messo meglio, ma a differenza del primo, mostrava un'aria divertita. Fisicamente era molto più snello, sfoggiava lunghi capelli castani coperti da una benda consumata, la sua barba era corta, e i suoi vestiti erano sudici quanto la benda. Dopo un lungo silenzio, si presentarono.
«Salve a te» mi salutò in maniera fredda il primo uomo e scambiando un occhiolino col compagno, proseguì: «Il mio nome è Jeffrey e lui è Marshall.»
«Già! E dimmi un po’, sei un marinaio?» mi chiese prontamente l’amico, anche se dal suo sguardo si capiva che non lo credeva affatto.
«A me sembri piuttosto un topo di fogna!» continuò seccato. Incominciò a sghignazzare, ma io non mi lasciai intimorire.
«Con il dovuto rispetto» ribattei con voce dura, «mi sono espresso con un linguaggio più gentile del vostro e sappiate che sono perfettamente capace di lavorare!»
Forse sembravo più piccolo della mia età, nonostante i miei diciannove anni, eppure non riuscii a sopportare il fatto che mi trattassero come un bambino incapace.
Jeffrey sorrise e massaggiandosi le ginocchia, rispose in mio favore «Il ragazzo ha fegato!» Poi improvvisamente si lamentò «Ooh!! My poor legs! E' tutto il giorno che camminiamo e incomincio a essere stanco…»
Jeffrey tentennava, Marshall invece continuava a non essere d’accordo con l’amico: mi domandai quale pericoloso incarico dovessero affidarmi, per fare tanta scena.
«Non mi convince, non sembra all'altezza, è solo un poppante» commentò infatti Marshall.
Jeffrey ribatté con prontezza, difendendomi ancora una volta «A me sembra forte, qualche muscolo in fondo ce l'ha. Forse è un po' magro ma chi se ne frega! È così invogliato a lavorare che sembra avere il sedere pieno di pepe!»
Rise, e mi guardò «Diamo alla gioventù la possibilità di mostrare il proprio valore!»
Esultai alla sua risposta, e il compagno finalmente rimase in silenzio. Si avvicinarono e si bisbigliarono qualcosa, sembrava che parlassero un'altra lingua: non mi piaceva e c'era qualcosa che non andava. Tuttavia, se avevano del lavoro e delle monete, li avrei sopportati per una giornata.
Jeffrey mi si accostò e mi mise una mano sulla spalla.
«Oh! My old times! E pensare che un tempo avevo la tua età e il tuo stesso spirito! Mio giovane seawolf, mi chiedo… come si può lasciare uno come te senza lavoro?» Sorrise e dondolò il capo.
«Vi ringrazio Señor, la vostra gentilezza verrà ben ricompensata» risposi prontamente.
Lui contento della mia risposta, incominciò a spiegarmi l'incarico «Il mio amico Marshall sembra rude, ma in realtà è buono come il pane e anche lui concorda con me in fondo.»
Si guardarono e a me sembrò che fossero divertiti da quelle parole. «Abbiamo bisogno di un mozzo, ragazzo. Potresti iniziare con incarichi semplici, finché non conoscerai la nave e il mare. Lavorando con noi ti assicuro che sarai giorno e notte in una botte di ferro!»
Quelle parole mi fecero gioire, non riuscivo a credere alle mie orecchie! «Intendete assumermi, in una nave? Sarebbe fantastico! Di che genere di attività si occupa la vostra nave?»
Jeffrey esitò, mostrando un ghigno che non mi piacque per niente, poi spiegò divertito «Non siamo un nave militare e nemmeno seguiamo le rotte commerciali intercontinentali. Noi ci occupiamo semplicemente di pesca, raccogliamo il pesce sempre in queste zone e quindi potrai sempre tornare sull'isola, quando vuoi. Lo stipendio è buono e verrai pagato senza giorni di ritardo.»
Io osservai Marshall: stava quasi per mettersi a ridere, e infine si trattenne a fatica. Non mi piaceva affatto quell’uomo.
«Ovviamente bisogna guadagnarselo il pane» proseguì Jeffrey, «il capo è esigente, ma è anche un brav'uomo, nessuno si è mai lamentato di lui. Vieni con noi e giudicherai tu stesso! Se non ti va di rimanere, puoi sempre tornare indietro!» Si mise a ridere.
In realtà, cominciavo a non fidarmi di quei due. I marinai di solito, erano gente che pagava: nessuno dormiva con una ciurma scontenta se voleva svegliarsi vivo la mattina, ma lo stesso non capivo cosa nascondessero quei due.
L’offerta comunque era allettante e poiché stavo morendo di fame, mi costrinsi ad accettare. Porsi la mano a Jeffrey e lui me la strinse con forza, al tatto sentii il suo palmo pieno di calli.
«Se devi raccogliere le tue cose e salutare i tuoi familiari, fai presto perché abbiamo poco tempo, la nave si trova nel retro dell'isola! Hurry up, boy!» Lui mi incitò a sbrigarmi.
Sembrava che avessero davvero fretta. Io continuavo ad essere entusiasta della cosa: avevo davanti a me l'opportunità di sistemarmi per conto mio, e con qualche soldo in più fra l'altro.
Però dovevo avvisare alla taverna che mi sarei assentato per alcuni mesi.
Era da poco passata l'ora di pranzo, come al solito il Señor Valencia sedeva sulla sedia a dondolo davanti l'entrata e fumava il suo sigaro. Il suo sguardo era sempre lo stesso: un uomo che scruta minuziosamente ogni cosa. Il suo difetto più grande era quello di non fidarsi mai di nessuno, chiunque per lui era pronto a derubarlo o a tentare di imbrogliarlo. Per essere un sessantenne, era ancora in pieno vigore fisico: i suoi capelli erano bianchi e amava mostrarsi sempre perfettamente rasato. Indossava di solito dei pantaloni lunghi fino alle ginocchia e il suo chaleco de cuero, ovvero una camicia senza maniche di cuoio. Quella mattina non sembrava di buon umore e ancor prima di poterlo salutare, mentre entravo dalla porta, iniziò subito a sgridarmi, arrivando come al solito a conclusioni troppo affrettate.
«Dònde has estado?» chiese arrabbiato. «La taverna era piena di gente fino a mezz'ora fa e tu te ne stavi a poltrire! Devo sempre badare a tutto, mentre tu sei sempre a inventare scuse! Vai di corsa in cucina a dare una sistemata!»
Alzò le mani in direzione della porta facendo cenno di sbrigarmi, e io dovetti naturalmente interromperlo: «Señor Valencia, stamattina è successa una cosa. Due marinai mi hanno offerto un posto, su una grossa nave da pesca. E' una buona occasione, per mettere qualche spicciolo da parte, e io ho accettato subito…»
Lui mi guardò sgranando gli occhi, incredulo: «Cosa? Ci abbandoni e parti?» Poi naturalmente, si infuriò. «Io sono pieno di trabajo e tu te la squagli, andando a lavorare da qualcun altro? Maledetta gioventù corrotta, sempre a pretendere voi giovani, sapete pensare solo al guadagno!»
Abbassai il capo e risposi «Quindi dovrei rifiutare l'occasione di poter dimostrare a qualcuno chi sono veramente e di imparare qualcosa di più dalla vita? Dovrei rimanere qui, a lavare piatti, invece che partire per mare, e diventare finalmente un uomo?...»
Lui non seppe cosa rispondere e sulle prime rimase in silenzio. Poi tirò una boccata di fumo dal suo sigaro, e lo soffio con lentezza dalla bocca. Apparentemente calmo, riprese il suo discorso «Hum... Potresti anche avere ragione tuttavia. Se hai deciso così, vai a salutare Christina almeno. Non voglio vederla piangere, preferisco che sia tu ad avvertirla di una cosa così importante!»
Il vecchio rimase sulla sua sedia a dondolo, era ancora palesemente arrabbiato, e anche piuttosto deluso. Le sue parole mi fecero un po’ male, ma conoscendolo, sapevo che gli sarebbe passata presto.
Entrai e mi diressi verso il salone. L'intera taverna era fatta interamente di legno color ciliegio, i tavoli erano disposti in quattro file adiacenti ed erano lunghissimi, accompagnati da lunghe panche.
Al banco non c'era nessuno e neppure ai tavoli, vi erano invece molti boccali da mettere via, decisi cosi di dare una sistemata veloce.
Non appena Christina sentì lo sbattere dei boccali, mi raggiunse. E' la figlia del vecchio ed è veramente una bella muchacha, con lunghi capelli castani legati in una treccia; ha un volto molto fine e gli occhi scuri, il suo naso è piccolo e le sue labbra mostrano un’espressione sempre allegra.
Christina mi è sempre piaciuta molto, solo che non ho mai osato confessarle i miei sentimenti. Siamo cresciuti come fratello e sorella, ma ogni volta che la guardo mi rendo conto che non è così.
Più passava il tempo, più mi accorgevo di desiderare qualcosa di diverso da lei, oltre la semplice amicizia. Non so se lei provi per me qualcosa di vagamente vicino a quello che provo io, e fino ad ora non mi vergogno ad ammettere che ha sempre prevalso l’imbarazzo e la paura di domandarglielo.
Sembrava molto allegra e questo mi frustrò parecchio, vista la notizia che fra poco le avrei dovuto dare. Lei si accorse subito guardandomi in viso che c’era qualcosa non andava, del resto ci conoscevamo fin troppo bene.
Rimase ferma a guardarmi, con aria interrogativa e impaurita. Osservai il suo abito rosso: la gonna era lunga e le pieghe le davano una graziosa forma ondulata. I lacci al petto erano allentati e si intravedeva il suo seno. Dire che era incantevole era poco.
Io al contrario della maggior parte dei ragazzi della mia età, non avevo ancora avuto nessuna donna. Ogni volta che Christina si piegava a riassettare i tavoli e il suo seno sporgeva dal vestito, mi sentivo così attratto da lei da vergognarmene quasi.
Mi si spezzò il cuore ma mi feci coraggio e le raccontai subito cosa mi era successo.
«Christina… poco fa ho incontrato due marinai che mi hanno offerto un lavoro come mozzo. Loro pescano nel nostro mare e mi hanno detto che posso tornare sull’isola quando voglio.»
Lei rispose secca, quasi intuendo la risposta «E tu hai accettato, vero?»
Abbassai gli occhi e balbettai «Sì. Ho deciso di accettare la loro offerta e purtroppo starò lontano per un po'…»
Il Señor Valencia origliava dalla sua sedia, facendo finta di dormire. Christina fece una smorfia e cercò di capire dai miei occhi se ero sicuro di volermene andare. Due lacrime le scesero sulle gote e mi fecero stare male.
Si asciugò subito gli occhi, e con un finto sorriso cercò di tranquillizzarmi. «Esto me entristece. Non mi aspettavo una partenza così improvvisa Cristòbal, ma non preoccuparti. Sono contenta che tu sia passato a salutarmi. Arriva sempre il momento in cui una persona deve capire cosa vuole dalla vita…»
Non sapevo cosa dire e provai a scusarmi «Christina, lo so che tu...»
Lei mise una mano avanti per non farmi proseguire «Por favor
Di solito, odiava essere interrotta mentre parlava. In quel momento però, si vergognò della sua reazione e si mise una mano sulla bocca.
Restammo entrambi in silenzio. Ci fu un attimo di tensione, infine lei si asciugò ancora le lacrime e ritornò calma.
Mi sorrise, dispiaciuta. «Scusami... Non ti devi giustificare. E' una cosa importante e non voglio che tu ti debba sentire in colpa a causa mia… Lo so, mio padre è stato sempre scortese con te, ma conosci il suo carattere...»
«Lo so, lo capisco» aggiunsi. Era così bella in quel momento, mentre piangeva per me, che avrei voluto solo abbracciarla, anche se il vecchio ci stava spiando da lontano. Fui tentato di non partire, ma mi ricomposi subito.
Dovevo mettere qualche soldo da parte, se volevo stare con lei.
Christina cercò di sorridere «Sai quando torni cosa faremo? Faremo un gran banchetto e balleremo insieme, accompagnati dalla musica di una chitarra!» Cercò di tirarmi su il morale, ma la sua tristezza non era svanita.
Sorrisi e commentai «Non vedo l'ora! Tornerò presto, è una promessa.»
Mi abbracciò, visibilmente contenta stavolta «Sono sicura che onorerai la tua promessa.»
Mentre la stringevo, desiderai portarla con me ma sapevo che era impossibile. Il suo profumo di donna era avvolgente e mi faceva girare la testa. Avrei pensato a lei ogni notte, mentre ascoltavo dalla mia cuccetta il rumore delle onde del mare.
Si tolse la collana che portava al collo e me la fece indossare. «Prendi questa collana, è un crocefisso, ti proteggerà. Io ti penserò e pregherò per te tutti i giorni, ma non stare via troppo, por favor
Io feci lo stesso con la collana che quella mattina avevo creato.
Le dissi che l’avevo fatta per lei e quando notai come le stava bene, trattenni un sospiro. Si commosse e mi abbracciò di nuovo, mi strinse come non aveva mai fatto.
Sentivo che avrebbe pianto anche dopo la mia partenza, era straziante separarmi da lei, così affrettai i saluti.
Tornai dal Señor Valencia e tentai di salutarlo, sperando in una reazione un po' più affettuosa delle altre volte, o perlomeno socievole. Lui si tolse il sigaro dalla bocca e mi guardò con occhi dubbiosi.
Cercai nuovamente un dialogo con lui «Señor Valencia, sono pronto per andare, ma non posso farlo senza salutarvi.»
«Potevi metterci anche di meno a salutare mia figlia!» tirò una boccata di fumo dal suo sigaro. «Lo so che non è buona educazione ascoltare i discorsi degli altri, ma nella vita ci sono delle eccezioni! Ascoltami, sei sicuro di poterti fidare delle persone che ti hanno proposto l'incarico?» Mi fissò negli occhi, cercando un segno di insicurezza.
Risposi con sincerità «Mi hanno garantito che se non mi piace la nave posso andarmene quando voglio. Se non vado però, non saprò mai dove mi potrà portare questa scelta.»
Lui non era davvero convinto, e scosse il capo «No me gusta! Secondo me c'è puzza di marcio. Come mai non si è presentata al molo come ogni nave in regola? Che ci fa nel retro dell'isola?»
Non seppi cosa rispondere e riprese il suo discorso «Può darsi che stiano caricando legna, facendo riparazioni o lavando lo scafo dalle incrostazioni del mare. Ma può anche darsi che si stiano nascondendo perché sono contrabbandieri o… peggio.»
Io a dir la verità, non sapevo davvero cosa pensare, anche perché quei due uomini si era comportati in maniera piuttosto strana.
Per la prima volta, cominciai a pensare che ci fosse davvero qualche pericolo da cui stare lontani. «Quindi non dovrei andare?»
Il Senor Valencia borbottò «Non lo so. Non è il caso che ti accompagni, perché voglio che tu diventi un hombre, cavandotela da solo. Quello che hai detto poco fa era giusto.» Dopo queste parole però, lui mi prese per un braccio, come se volesse spaventarmi.
Mi fissò serio. «Fammi solo un favore Cristobàl, se vedi che quella nave ha cannoni, non salire a bordo. Scappa!! Ne andrà della tua vita!»
Rimasi a riflettere sulle parole del vecchio: certamente non era una nave di lusso perché Jeffrey e Marshall sembravano tutt’altro che marinai in divisa, ma se avessi visto dei cannoni me la sarei data a gambe levate immediatamente.
Il vecchio continuò a fissarmi, quasi volesse intendere mucho atención. Sapevo bene che era incapace di fidarsi di qualsiasi cosa e avevo cercato di non prenderlo troppo seriamente.
Christina ci raggiunse. Ci abbracciammo un’ultima volta e lasciai la locanda, mentre il vecchio mi fissava con preoccupazione e lei sospirava dalla tristezza.
Avevo perso molto tempo ma stranamente Jeffrey e Marshall non si lamentarono e questo ricominciò a insospettirmi, visto che prima avevano così tanta fretta.
Percorremmo insieme la strada verso la loro nave e finalmente dopo un'ora arrivammo alla spiaggia.
Rimasi letteralmente scioccato da quella visione, la sensazione fu come quella di un colpo di pistola dritto al cuore e non riuscii a credere ai miei occhi!
Quello che vidi era la cosa più terrificante che avessi mai visto in tutta la mia vita. Marshall e Jeffrey ingrandirono i loro sorrisi, e parvero due squali pronti a divorare la preda ignara.
Adesso ne ero più che consapevole. Quel giorno si sarebbe trasformato in un inferno.