La
piccola fiammiferaia
(Tratto
dall'omonima fiaba di Hans Christian
Andersen)
Reinventata
in chiave moderna da Stefano G. Muscolino
Ambra
accese un fiammifero, con il calore della piccola fiammella riscaldò
le mani, fin tanto che il vento non lo estinse; poi ne prese un
altro.
La
piccola sedicenne aveva il morale a pezzi, malgrado fosse Natale. Un
giorno in cui tutte le famiglie si riunivano per festeggiare la
nascita di Gesù bambino, tutte esclusa la sua. L'unica cosa a cui
riusciva a pensare, erano le urla e le botte del padre che avrebbe
ricevuto se fosse tornata a casa.
Stava
appoggiata a un muretto da diverse ore. Il paese in cui viveva, si
trovava accanto all'alta Gallura di Tempio. La montagna emanava il
suo fascino, il clima però era glaciale.
Ambra
non aveva mai conosciuto la madre, era stata cresciuta dalla nonna,
morta ormai da più di un anno. Suo padre invece trascorreva il tempo
a lamentarsi delle bollette, l'assicurazione, la spesa, il
consulente, il foraggio per gli animali, ma in realtà erano scuse
per prendersela con la figlia.
Lei
cercava di aiutare come poteva, racimolava del denaro facendo la
cubista in una discoteca, aveva però detto di lavorare alla cassa.
Il padre all'antica, non avrebbe mai accettato quel tipo di mestiere,
ma al tempo stesso non disprezzava i soldi che riusciva a portare a
casa. A volte le piccole bugie aiutano a risolvere situazioni
impossibili rifletteva Ambra, ma è anche vero che le bugie
hanno le gambe corte e quando il padre si rese conto
dell'imbroglio, non fu per niente comprensivo, ma anzi le alzò le
mani.
Dopo
quell'esperienza Ambra non ci volle più andare in discoteca e il
padre fu soddisfatto che la figlia non uscisse più la sera. Tuttavia
la pace regnante durò poco.
***
Nella
sua testa riaffioravano i ricordi della settimana precedente.
Tutto
accadde una sera, in cui Ambra si trovava in cucina a preparare
spaghetti con cipolle, pancetta e pomodori freschi di campagna, una
delle sue ricette preferite. Era diventata molto abile a far da
mangiare. Il padre invece si occupava del coniglio, preso dalle
gabbie che tenevano nell'orto. La femmina dal pelo marrone aveva
partorito nuovamente, cosi il maschio poteva essere macellato. La
preparazione si concluse e così si accomodarono al tavolo per
cenare. Il padre era strano, silenzioso, teneva una lettera fra le
mani: brutte notizie in arrivo pensò Ambra.
«Bastardi!
Sono i politici che rovinano l'Italia, ecco un'altra tassa da pagare,
ci vogliono vedere finire tutti sotto un ponte di questo passo...»
la voce del padre era piena di rabbia e di rammarico, la mano
contratta intorno a quel pezzo di carta.
«Di
cosa si tratta?» chiese Ambra con un tono di voce diplomatico per
non alterare ulteriormente il padre.
«L'IMU.
Il consulente non era stato in grado di quantificarlo, non credevo
fosse cosi alto. Avrei dovuto vendere il rudere e le terre a un
prezzo stracciato, se l'avessi saputo prima! Maledetti!» gridò
sbattendo il pugno contro il tavolo.
Ambra
ebbe paura della reazione improvvisa del padre, soprattutto dopo aver
intravisto dal bollettino l'ammontare della somma dovuta: 658 euro.
Il padre ripresosi dal raptus di rabbia si risedette composto a
tavola, con le mani a coprire il volto, stava piangendo ed era come
se nevicasse in pieno agosto.
In
effetti la notizia era stata un colpo al cuore anche per Ambra, la
ragazza conosceva bene la situazione economica in cui versavano: la
cooperativa agraria del padre non elargiva gli stipendi da diverso
tempo, si diceva che ormai era imminente il fallimento. Il padre
credeva ancora che si sarebbero ripresi, ma era una speranza quasi
vana.
«Dai
papà, troveremo una soluzione..» Ambra non sapeva cos'altro dire
per tranquillizzarlo. L'alcool sarebbe stato un buon rimedio, se solo
ne fosse rimasto. Nei giorni precedenti il padre aveva fatto fuori la
riserva di vino e addirittura anche quella d'aceto, che era stato
zuccherato e bevuto.
«Lasciami
stare! Solo il proprietario della discoteca per cui lavoravi e che è
ricco potrebbe salvarci, prestandoci i soldi che ci servono. Anzi,
perché non provi a convincerlo?»
Ambra
non era per niente contenta di quella richiesta, non gli piaceva fare
debiti, sfidando gli occhi abbattuti del padre cercò di
controbattere «E se tornassi a lavorare per lui? Non pensi che nella
situazione in cui ci troviamo adesso, potresti chiudere un occhio se
tornassi a fare la cubista?».
Il
padre si alzò dalla sedia con i pugni chiusi e il viso contratto,
grondante di sudore. Ambra sapeva che non era d'accordo sul fatto di
avere una figlia cubista, ma continuò ad articolare le parole «Papà,
mi danno cinquanta euro a serata, solo il tempo di rimediare i soldi.
Ti prego, preferisco lavorare onestamente, che chiedere prestiti, non
avendo la certezza di poter restituire il denaro!»
Lo
schiaffo partì senza alcuna esitazione. Un filo di saliva rossastra
mista a sangue rigò il viso della ragazzina e le lacrime iniziarono
a scendere. Ambra si sentiva stordita per il colpo ricevuto, lesa
fisicamente e moralmente da quel gesto.
Il
padre per nulla pentito le disse «Vuoi lavorare? Prendi la mia
collezione di scatole di fiammiferi da tutto il mondo, che abbiamo in
casa e vai a venderli a un euro a pacchetto. Vediamo se sei capace di
mettere su settecento euro onestamente. I soldi mi servono fra sei
giorni, non tornare finché non te le sei procurati! Ricorda che se
ti ritrovo ad andare in discoteca, mostrando le tue chiappe a tutti,
compresi i clienti della cooperativa, ti ammazzo con le mie stesse
mani! Spero di essere stato chiaro!». Cosi dicendo se ne andò in
salotto a guardare la TV.
Ambra
invece si diresse nello studio del padre e afferrò tutte quelle
scatolette di fiammiferi, esposte in bella mostra come dei trofei,
per riporle in un sacco nero della spazzatura. Con la faccia ancora
arrossata corse fuori di casa, con l'intenzione di venderle.
***
Quei
ricordi ancora le pungevano l'anima, come pezzi di vetro infilzati
nel cuore.
Il
ricordo dello schiaffo del padre era ancora vivido nella sua mente,
anche se cercava di non pensarci.
Stava
nevicando e il freddo penetrava fin dentro le ossa. Ambra continuava
ad accendere fiammiferi, uno dietro l'altro, per scaldarsi le mani.
Speravo di farcela e invece sono quasi otto giorni che vivo per
strada, due di troppo per racimolare la somma, pensava Ambra fra
sé.
Si
era impegnata a fondo in quei giorni per tentare di vendere i
fiammiferi. Avrebbe dovuto venderne almeno cento pacchetti al giorno,
ma le macchine al semaforo solo raramente abbassavano i finestrini
per comprarne. Oltretutto la concorrenza era agguerrita e la comunità
rom non vedeva di buon occhio l'intrusione.
Per
ben due volte Ambra era stata cacciata da una zingara, con qualche
anno più di lei, che andava in giro con lunghi capelli neri, una
gonna rossa e un maglioncino verde di lana. Quella ragazza
elemosinava con un bicchierino di plastica fra le mani. La prima
volta aveva aggredito Ambra con insulti, buttandogli una parte dei
suoi fiammiferi nella neve con prepotenza e spintonandola sul
marciapiede.
La
seconda volta aveva chiamato dei suoi amici, che la controllavano a
distanza e Ambra era corsa via dalla paura. Si era rifugiata allora
in piazza Vittorio Emanuele II, per arrivare al sesto giorno avendo
racimolato solamente ottanta euro. Aveva cercato di non spendere
quasi niente, bevendo la neve sciolta nelle mani e mangiando panini
del Mc-Donald abbandonati nell'immondizia.
Sconfortata
Ambra aveva deciso, come ultimo appiglio, di dirigersi al Tucano
Disco-Club di Franco Smile, il proprietario del locale dove aveva
ballato come cubista.
***
Quando
Ambra arrivò stavano ammodernando il locale. Un'elettricista in tuta
blu era intento a collegare fili, mentre un altro praticava fori col
trapano per mettere dei faretti. Vi erano anche pacchi semi imballati
contenenti un'enorme sfera specchiata e delle telecamere, sicuramente
destinate alla sala.
Franco
Smile, il proprietario del locale, osservava lo svolgimento dei
lavori, fumando una Cherserfield rossa. Grassoccio e con la testa
calva, teneva la mano sinistra nella tasca, indossava una camicia
hawaiana e gli occhiali color canarino da vero tamarro.
Ambra
chiuse dietro di sé la porta a vetri e provò una piacevole
sensazione di calore, grazie all'aria riscaldata del locale.
«Ambra,
cosa fai qua?» disse Franco voltandosi con una faccia meravigliata
«..ma come accidenti sei conciata?» si alzò gli occhiali per
osservare meglio la ragazza.
Ambra
imbarazzata cercò di scrollarsi di dosso un po' di polvere e di
rassettare gli abiti pieni di macchie di sporcizia. Purtroppo le sole
mani non bastavano per nascondere lo stato in cui si trovava. Era
veramente imbarazzata a mostrarsi così davanti a quelle persone, con
voce singhiozzante si rivolse al suo ex datore di lavoro «Vi prego,
ho bisogno di parlarvi..»
L'uomo
restò un attimo a fissarla, gettò via la sigaretta e disse «Vieni
nel mio ufficio» dopo di che aprì la porta dietro ai banconi della
biglietteria e fece segno alla ragazza di seguirlo. L'ufficio
disponeva di una grossa scrivania color mogano e una poltrona in
pelle nera, un ambiente elegante e raffinato al punto giusto.
Una
volta dentro l'uomo chiuse la porta. «Di nuovo tuo padre?» chiese
con sguardo molto serio. Ambra a quella domanda non rispose. Si fece
forza e con lo sguardo basso, propose la sua richiesta d'aiuto «Sono
venuta per chiedervi un prestito. E' arrivata una tassa molto alta e
abbiamo bisogno di settecento euro. Mio padre vi restituirà la somma
nel più breve tempo possibile».
Il
viso di Franco, dopo quelle parole, abbandonò l'aura di compassione,
per passare a un'espressione di ribrezzo. «Credi che io faccia
affari prestando soldi?!» rispose secco.
«Mi
scuso per la richiesta, ma non sarei qui se non fosse necessario.
Anche seicento euro andrebbero bene, sarei disposta a lavorare, ma
andrei contro il volere di mio padre se facessi di nuovo la
cubista...» affermò piangendo.
«Non
mi sei utile se non come cubista. Le barriste sono al completo, cosi
come i ragazzi addetti al guardaroba e alla cassa. Per cui se non
puoi fare quello non mi servi. Se ti presto dei soldi, lo dovrei fare
anche con tutti gli altri e così finirei per chiudere il locale. Mi
dispiace ma non ti posso aiutare.» disse con tono risoluto.
«Capisco.
Posso chiedervi qualcos'altro?» chiese Ambra asciugandosi le
lacrime.
«Cosa?»
rispose l'uomo infastidito dall'ulteriore richiesta.
«So
che vendete della roba in questo locale, vorrei comprare una
pasticca. Voglio sballarmi e non pensare a niente almeno per una
sera, come tutti i ragazzi che vengono in questa discoteca.» domandò
la ragazza in tono serio.
Franco
tamburellava le dita nervosamente sul tavolo, dopo una piccola pausa
rispose alla richiesta «Ambra, tu non hai nemmeno 18 anni. Non pensi
che dovresti rivolgerti invece a un assistente sociale? Se eri
maggiorenne potevi magari venire a casa mia, avremmo risolto i tuoi
problemi con molta calma, ma sei minorenne...»
Ambra
lo interruppe buttando ottanta euro sul tavolo, tutto quello di cui
disponeva «Adesso posso avere la pasticca?!» richiese infastidita.
Franco
Smile apparve completamente confuso dalla situazione, distolse gli
occhi dalla ragazza e fece un lungo sospiro. Tirò fuori dal cassetto
un sacchetto pieno di pillole, ne prese una e la mise sul tavolo.
«Non prenderne mezza come fanno tutti, dividila in quattro parti e
prendine una, non di più perché può essere pericoloso per te!».
Ambra
annuì con la testa e se ne andò, tornando per strada.
***
La
bora soffiava impetuosa, continuando a spegnere i fiammiferi che
Ambra accendeva. Era bello osservare i fiocchi di neve cadere, meno
piacevole era sentire le gambe totalmente atrofizzate dal gelo. Stava
piangendo, mentre prendeva la pasticca per intera senza alcuna
esitazione.
Cosa
devo temere? Di sentirmi male? Di morire? Mi viene solo da ridere a
questi insulsi pensieri. L'unica cosa che riusciva a consolarla
era il ricordo della nonna, quanto sarebbe stato bello averla ancora
vicino.
Ambra
osservava le luci accese dentro le case, di sicuro tutte quelle
persone stavano guardando qualche film natalizio, mentre aprivano i
regali di Natale. C'è chi troverà il solito portafoglio, un
profumo, altri esulteranno per aver ricevuto un nuovo cellulare o una
busta con dentro dei soldi.
Un
formicolio le pervadeva il corpo, le luci sembrava quasi la volessero
ipnotizzare, i colori si erano intensificati e pulsavano. La ragazza,
seduta accanto al muretto, si alzò in piedi e stranamente si sentì
leggera come una piuma.
Prese
la scatola dei fiammiferi e ne accese uno. Sembrava emanare una luce
bellissima. Appena distolse lo sguardo dalla fiammella notò davanti
a lei una stufa in pellet: com'è possibile che sia comparsa dal
nulla? Pensò Ambra meravigliata. Si accostò a quella visione e
sentì il corpo riscaldarsi. Ma la sensazione non durò molto, appena
il fiammifero si spense, la stufa scomparve.
Così
ne accese un altro, ma invece della stufa apparve un bellissimo
tavolo bandito a festa, con al centro un'oca arrosto, servita su un
vassoio d'argento e tante bibite e altro cibo tutt'attorno. L'oca
sembrava quasi guardarla e a un tratto gli fece l'occhiolino. La cosa
era cosi assurda che Ambra scoppiò a ridere, sapeva benissimo di
essere completamente fatta.
«Ambra!».
All'improvviso da dietro una voce familiare interruppe i pensieri
della ragazza. Si voltò e restò allibita da ciò che vide «Nonna?
Ma sei veramente tu?».
Era
proprio lei. Riconosceva i suoi capelli grigi, il volto, gli occhiali
dovuti all'età e il crocifisso che portava sempre al collo. La nonna
guardò la nipote con un viso triste, era avvolta da una luce bianca
intensa. Dietro la donna c'era una porta aperta, apparsa nel bel
mezzo di un muro. In essa si poteva intravedere un cielo azzurro con
qualche nuvola illuminata da un'intensa luce solare.
Malgrado
fosse solo un'illusione, Ambra andò di corsa ad abbracciare la
nonna, che ricambiò l'abbraccio.
«Nipotina!
Ora non ti potrà succedere più nulla. Ti ho sempre aspettata, ma
non volevo che accadesse così presto» disse, mentre la ragazza si
ricomponeva.
«Non
capisco nonna cosa intendi con “così presto”». In risposta la
donna puntò il dito dietro alle spalle della ragazza.
Ambra
si voltò e ciò che vide la terrorizzò: il suo corpo si trovava a
terra, pallido come la neve, con il naso insanguinato e gli occhi
sbarrati che fissavano il vuoto. Era morta. Si rivoltò verso la
nonna per non guardare ulteriormente quella scena.
La
donna la rassicurò tenendola per mano «Vieni nipotina! Ti porto in
un luogo dove saremo al sicuro da ogni dolore terreno, per sempre».
Ambra
non riuscì a dire nulla per lo shock appena provato, ma dentro di sé
si sentì felice di essere di nuovo insieme alla sua amata nonna. Si
incamminarono cosi verso quella strana porta...
